Il mio Mezzalama è stato emozionante, forse l’esperienza più emozionante che abbia provato. Il mese di preparazione vissuto intensamente con in mente l’obiettivo della gara, la consapevolezza di partecipare ad una competizione importante, storica, di altissimo livello e per la quale, oggettivamente, non ero allenato – per non aver mai percorso una distanza simile né aver mai fatto un dislivello simile con gli sci, per non essere mai stato a quote simili, per non aver mai sciato legato ad altri in gara, per le mie scarse capacità discesistiche – l’ambiente nuovo e il contesto agonistico della competizione: tutto questo ha alimentato in me una tensione positiva che ho potuto scaricare solo in un preciso momento: alle cinque della mattina di sabato 4 maggio, a Cervinia, quando sotto un cielo stellato è stato fatto esplodere il “botto” che ha “liberato” i quasi novecento scialpinisti e ha dato il via alla XIX edizione del mitico Trofeo Ottorino Mezzalama.
La nostra strategia per affrontare la gara era semplice e condivisa: affrontare al massimo delle nostre possibilità i 1800 metri di dislivello della prima salita per passare il primo cancello orario posto sul colle del Breithorn; bisognava poi ancora “spingere” per raggiungere in tempo il secondo cancelletto, posto al rifugio Quintino Sella; a questo punto la nostra gara era terminata e avremmo raggiunto Gressoney senza sforzare, perché il nostro obiettivo dichiarato durante tutta la preparazione era semplicemente quello di tagliare il traguardo, senza interesse per la posizione in classifica.
E’ sufficiente la breve fermata - per sistemare la pelle di foca - della persona che ho davanti dopo il muro di neve ghiacciata – muro che si trova a ridosso della partenza e che ha messo in difficoltà numerosi scialpinisti, che hanno perso il passo e sono scivolati andando a creare il primo ingorgo – e perdo di vista Marco e Nicola.
Cerco, credo di vedere, chiamo: nulla da fare. Nell’oscurità mi è impossibile individuare i mie compagni e, anche quando la luce dell’alba, dopo aver tinto di rosa la sagoma del Cervino, inizia ad illuminare la pista e gli atleti, distinguere le persone è impossibile.
Proseguo quindi nella mia gara, guardandomi attorno nella speranza di individuare i volti dei mei compagni. Circa a metà della prima salita, finalmente ecco che tra le sagome tutte uguali, riconosco Marco e Nicola: la squadra si è ritrovata!
Marco è legato a Nicola che detta il ritmo. Mi offro di sostituirlo e, veloci, affrontiamo il muro della Ventina – in realtà molto meno ripido, ma più lungo, della rampa presente dopo la linea di partenza – e arriviamo al Colle del Breithorn tra gli spettatori che ci incitano e ci fanno forza: 2 ore, 17 minuti e 49 secondi. La gara nella gara, il primo traguardo – passare il cancelletto – è vinta!
E’ ora il momento di legarsi in cordata: io, che porto la corda, sono già legato ad un capo con un otto e quindi mi tolgo lo zaino e libero la corda per Marco e Nic. A metà corda avevamo fatto un’asola lunga alla quale si lega Marco, mentre Nicola prende l’altro capo e anch’egli lega la corda all’imbrago con un nodo delle guide. C’è il sole ma la temperatura è evidentemente diversi gradi sotto zero: pur non percependo freddo, sia io sia Marco tremiamo e battiamo i denti.
Il pomeriggio del nostro arrivo a Cervinia, dove veniva fatta la distribuzione dei pettorali, erano a disposizione delle guide che fornivano le indicazioni utili sul come legarsi. In base a quanto indicatoci, ognuno di noi aveva fissato all’anello dell’imbrago un moschettone a ghiera e la longe. Sempre allo stesso anello ci saremmo legati con la corda e il moschettone sarebbe stato usato per accorciare la cordata, facendoci due o tre giri di corda tra il collo e il braccio, creando poi un’asola da inserire nel moschettone, in modo che l’eventuale strappo venisse scaricato sull’imbrago e non sul busto.
Creata la cordata partiamo e sorpassiamo il cancelletto, dove una guida verifica la correttezza dei nodi, e iniziamo la dolce discesa prima con le pelli e poi, dopo un cambio di assetto, senza, per arrivare al secondo cambio di assetto dove bisogna togliersi gli sci e calzare i ramponi per affrontare la salita verso la cresta del Castore.
Mi sento bene: la sensazione di freddo è terminata; le mani stanno bene - probabilmente anche grazie al fatto che mi sono cambiato i guanti al primo cancello, come mi era stato suggerito dall’amico Oscar – e la ripida salita non mi preoccupa per nulla. Dal basso sembra che la cresta del Castore sia battuta da un vento molto forte e quindi per non sbagliare, mi metto i copri pantaloni in piumino sintetico che l’organizzazione aveva inserito nella lista dei materiali obbligatori.
Il Mezzalama è una gara in cordata ma proprio per questa caratteristica, diviene difficile avere un contatto con il proprio compagno di squadra: anche dove le tracce corrono parallele, è impossibile vedere il volto degli altri due. Parlarsi diviene difficile, perché per non essere intralciati dalla corda, si rimane sempre ad una certa distanza alla quale non si riesce a dialogare.
Solo nei momenti del cambio di assetto è possibile guardarsi negli occhi e chiedere ai compagni come si sentono. Durante la progressione l’unico dialogo tra i membri della squadra avviene attraverso la corda: dalla sua tensione si capisce se il ritmo è sostenibile, se si sta andando troppo piano o troppo forte: la corda trasmette quelle sensazioni che gli occhi non riescono a vedere e la voce non può esprimere.
Immagini, rumori, sensazioni. Immagini di bianco, neve, seracchi, ghiaccio, cordate, corde, persone, zaini, sole, crinali, ramponi. Rumori di sci che scivolano sulla neve, di voci che chiedono e voci che rispondono, di voci straniere e di voci di amici, di voci stanche e di voci che danno supporto. Sensazioni di freddo, di stare bene, di non farcela più, di avere male ai muscoli e alla testa, di essere forti e di essere deboli, di essere in grado e di non esserlo più.
Metro dopo metro, integratore dopo integratore, cambio di assetto dopo cambio di assetto, raggiungiamo il secondo cancello: 5 ore 9 minuti e 33secondi. Ce l’abbiamo fatta!
Ce la prendiamo comoda: mangiamo la frutta secca offerta dalle gentilissime persone dell’organizzazione, beviamo, scherziamo. La nostra gara finisce qui, questi erano gli accordi.
In realtà il traguardo è ancora lontano: un lento traverso verso il naso del Lyskamm, la lenta salita alla cima, in mezzo a cordate ancora più lente, la discesa con i ramponi e poi la lunga discesa con gli sci fino al rifugio Mantova dove, finalmente ci si può slegare.
La discesa, per me che sono limitato quando le punte degli sci guardano verso valle, è un calvario.
Le gambe vuote non mi permettono neppure di provare a sciare; devo fermarmi a riprendere il fiato e più si scende di quota più la neve peggiora e più faccio fatica. Nicola e Marco sono costretti ad aspettarmi – non hanno alternative. Ad un certo punto Nicola rallenta, si ferma, guarda lo sci: rotto!
Sono stanco e dico solo due parole: dentro di me so che Nicola non mollerà e che è capace di arrivare al traguardo anche con uno sci solo. Raggiungo Marco e gli dico che io vado avanti perché so che mi riprenderanno, e continuo il lento calvario, venendo superato ogni tanto da altre cordate, sfinite anch’esse, mentre si avvicina la valle di Gressoney.
Dopo un po’ chiedo ad uno sciatore che arriva dalla cima, se ha visto un ragazzo con uno sci rotto: mi dice di sì, che è a cinquecento metri. Perfetto, penso, stanno arrivando. E così è: dopo poco Marco e Nicola arrivano e ci riuniamo per andare verso il traguardo. Nicola, con uno sci rotto, scende meglio di me! Grandissimo! Un fotografo, quando vede la scena, mentre scia prende la macchina fotografica e immortala Nicola e Marco negli ultimi metri prima che termini la neve. La pista finisce in mezzo alle case: ci togliamo gli sci perché manca ancora un centinaio di metri da fare a piedi, di corsa.
Eccolo, il traguardo! Una foto, un abbraccio: dopo nove ore, ventinove minuti, trentasei secondi ed infinite emozioni, in mezzo ad un pubblico che ha voglia di applaudire anche gli ultimi, con un sorriso, si conclude il nostro Mezzalama.



